martedì 5 novembre 2013

La mia NYCM - 3/11/2013


Era Gennaio e sinceramente pensavo ad altro in quel momento, mio padre già non stava bene ed io ero accanto a lui per provare a distrarlo ed a distrarmi da quella che era una sentenza senza speranza. In quelle lunghe chiacchierate a parlare di tutto (soprattutto di politica) spesso veniva fuori la corsa, anche perchè quando hai questa passione e qualcuno ti ascolta non ti fermi mai. Io gli dissi che non avevo voglia di riandare a NY dopo la delusione dello scorso anno ed in quel momento non avevo alcuna voglia di programmare niente; lui mi disse che sarei stato stupido a non provare questa esperienza e che per chi ha la mia passione fare la NYCM è il massimo che possa esserci. Ovviamente aveva ragione lui e con lui quel giorno di Gennaio mi sono impegnato a ritornare a New York anche quest’anno ... ed è a lui che la ho dedicata dall’inizio alla fine, incluse le lacrime versate sotto la linea di arrivo.

Ed è prorpio vero: per chi ha questa passione credo non ci sia un’emozione più forte di quella che si prova qui. E’ una Maratona strana, dura sin dalla sveglia la mattina. La giornata inizia alle 4,45 con la sveglia e poi colazione alle 5; i pulman ti aspettano alle 5,45 e non oltre altrimenti chiude il Ponte da Verrazzano e non c’è modo di arrivare nella zona della partenza. Il viaggio per Staten Island dura più di un’ora visto il traffico ... ci sono circa 55,000 persone che vanno tutte verso lo stesso punto. Nel pulman c’è una strana tensione mista ad emozione; sai bene che stai per fare una cosa che ti ricorderai per la vita intera e vuoi provare a preparare il tuo cuore ad accogliere tutte le sensazioni che proverai. Si arriva a Staten Island è sinceramente il ritovo di partenza è talmente gigantesco che senza cartina ti perderesti di sicuro. Sono le 7 di mattina, io parto alle 10,05. Solo questo fa comprendere quanto è pazzesca questa Maratona ... 3 ore ad aspettare all’aperto, al freddo (15 gradi in meno della mattina precedente) e separato dagli amici visto che le gabbie sono distanti km fra di loro. Comunque mi sono vestito bene, sia per la gara, con la maglietta termica a manica lunga sotto quella del Cosenza e con un po’ di vestiti da buttare. Inoltre guanti e scaldacollo, più un fantastico cappellino regalato lì che è stata una salvezza vera. Le ore passano lentissime, vado a consegnare la borsa all’UPS, faccio l’ultimissima colazione e bevicchio cercando di evitare di esagerare per poi pagarla con stop per un bisognino durante la gara. Un paio di file ai bagni (saranno stati 100 solo nella mia gabbia) ed alle 9,30 ci intruppiamo. Alle 9,35 inno Nazionale e partenza della prima ondata (gli elite erano già partiti da un po’) ... lì ti viene la pelle d’oca, sia per l’inno ma anche per la vista della partenza degli altri ... pensi che fra mezz’ora tocca a te e ti vengono i brividi. Poi lunga passeggiata per arrivare alla linea di partenza, con spogliarello annesso. Scatto un po’ di foto per rendere l’idea della marea di persone ... le metterò online fra un po’. Nessuno dice nulla nei due minuti precedenti alla partenza; ancora una volta l’inno e poi lo speacker dà il segnale: “On your Marks” ... ed io penso: “non siamo mica alla finale dei 100mt alle Olimpiadi” ... non finisco neanche di pensare che c’è il colpo di cannone e si parte. Io sono pettorale verde, quindi corro nella parte inferiore del ponte; penso sia meglio per il vento, ma sinceramente correre sopra sarebbe stato più eccitante. Siamo circa 7,000 persone ... il primo km è in salita e affollatissimo, non è pensabile fare velocità. Ci si gode il momento, ci si guarda intorno e vedi tutta gente che sorride, è bellissimo, siamo tutti felici solo perchè siamo qui. Per il ritmo e l’eccitazione la salita di 1 miglio non la senti, mentre in discesa devi frenare tanto sei esaltato. Franca Fiacconi mi aveva consigliato di fare una prima metà tranquilla a 5,35/5,40 per salvare energie per la parte finale molto più dura. Alla fine del ponte si entra a Brooklyn (la NYCM tocca tutti e 5 in quartieri di NY) e lì è stata la bolgia. Centinaia di migliaia di persone per i 14 km di Brooklyn ... non c’era un posto libero fra il pubblico. Bande musicali, DJ, tantissimi bambini che ti chiedevano il “5” e quando glielo davi erano emozionatissimi come se avessero toccato chissà quale campione. Chiunque ti invìcita in maniera fantastica: you are great, you are handsome; you are doing it; keep runnning ... uno mi ha anche detto “it’s almost done” (è quasi finita) e visto che eravamo al 5 km gli ho risposto “your sister” (tu sorella). Al decimo Km davanti ad una chiesa c’era un gruppo di cantanti che intonava, con la base, un fantastico YMCA ... ovviamente noi tutti che passavamo non mancavamo di ballare. Insomma una festa ... e i km passano senza che te ne accorga; tanto è il casino intorno a te che non riesci neanche a sentire il tuo respiro. Nel mio piccolo ero a 5,31 con la consapevolezza che stavo tenendo qualcosina per la fine. Al 12° il primo problemino ... e mi scappa una pipì. Fosse stata una Maratona normale, mi sarei fermato a bordo strada e avrei fatto in 20 secondi ma qui non è possibile fra due ali di folla urlante. Allora aspetto il miglio seguente, vedo i bagni e vado ... fila con due ragazze davanti. In breve, 4 minuti fermo e ripartenza con una media salita a 5,37. Vabbò, poco male, l’obiettivo è stare sotto le 4 ore e ci sono alla grande ... e poi negli ultimi sette voglio tirare al massimo. Al sedicesimo il silenzio all’improvviso ... me lo avevano detto, ma non credevo fosse così di colpo. Curva a destra e si entra in Williamsburg, sempre Brooklyn ma quartire ebreo ortodosso. Si passa dalla bolgia di Italiani, portoricani, francesi e norvegesi (per dire dei più rumorosi) all’indifferenza totale ... meno male dura solo un Km, ormai non c’ero più abituato ad ascoltare il mio respiro e il casino mi sembrava essere d’aiuto. Arriviamo al Queens con un ponte saltato con agilità, la media è ottima (5,34) e le sensazioni sono buone. Il Queens è la parte del percorso più facile: piatta e con vialoni, insomma ti consente di tenere il ritmo. Passaggio alla mezza in 1,58 circa (almeno sul mio Garmin) e poca fatica. Sta per arrivare quello che tutti definiscono il momento della verità qui a NY: Il Queensboro Bridge. Intanto il freddo è sempre pungente, nonostante il sole ed il vento, freddo, sempre contrario. Il Queensboro Bridge è lungo 3 miglia equamente divise fra salita e discesa; tutti mi avevano consigliato di affrontare la salita con calma pensando alla discesa. Quando ci sono arrivato sotto ho capito che la salita che mi aspettava era dura da fare anche in bici. Arrivi sotto il ponte con una discesina, fai una curva e davanti a te vedi un muro di persone ... ma le vedi alzando la testa verso l’alto. Il primo pensiero è stato di andare a nuoto ... ma poi vista la temperatura ho deisistito. Fra l’altro sui ponti non può entrare il pubblico, quindi, a parte i tuoi colleghi runners, tutti tesi nell’affrontare il muro, sei solo soletto con te stesso. Fatica vera e tosta. Sono arrivato in cima quasi stremato e lì, psicologicamente, mi sono giocato le 4 ore forse. La discesa l’ho fatta piano rispetto a quanto credevo e certamente non ho recuperato quanto perso in salita. Insomma chiudo il Queensboro Bridge alla media di 5,42 ... certo mancano ancora 15 km ed il tempo di recuperare quei due secondini ci sta tutto. Bene, le sensazioni non sono malvagie, non ho dubbio che la gara la finirò, mi sento benino, devo solo trovare il ritmo giusto adesso. Fra l’altro sulla cima del Queensboro (perchè è una montagna), quando inizia la discesa, senti un rumore che all’inizio non riesci ad identificare bene ... siccome sopra di te passano i treni, pensi sia legato a quello. Fatti 5/600 metri cominci a capire ... ritorna la bolgia, si entra in Manathan. Alla fine del ponte è c’è una curva con delle balle di paglia (giuro) e dietro è piazzata una tribuna. L’arrivo in Central Park dista da quel punto 2/3 Km in linea d’aria, noi ne dobbiamo fare ancora 15 verso il Bronx e ritorno. Lì ci sono tutti gli amici e parenti dei runners che urlano tutto il loro incitamento ... da lacrime davvero.

Altra curva a destra e via sulla first Avenue fino al Brox ... altro che ritmo, non c’è un metro di pianura. Si sale e si scende di continuo e nonostante il tifo commovente ai bordi della strada, il fatto di non riuscire a prendere il ritmo che voglio mi fa innervosire. Rimango sui 5,42 fisso, non riesco ad abbassare, vabbè, penso, negli ultimi 7 darò tutto quello che ho, ce la posso ancora fare. Si arriva al Bronx, un altro ponticello, stavolta lo sento tutto in salita, ma insomma sarà 300 metri, si fà anche quello. Da una finestra vedo una famiglia di afro americani con delle casse più alte di me che sparano musica rap verso i runners. Questa è la NYCM, lo dicevo prima, la gente di NY fa di tutto per farti stare bene. Li saluto con il pollice alzato e vado avanti; un paio di curve strette, un altro ponticello, questa volta più breve e si torna a Manathan per gli ultimi 8 km. Strada dritta fino a Central Park ... è il momento di forzare ci siamo. Primo problema: il Garmin muore. Non mi ricordo esattamente a che Km ma l’ultima volta che l’avevo guardato ero ancora a 5,42. Certo le gambe con il Garmin non c’entrano nulla, ma chi corre sa benissimo che anche una piccolissima cosa può causare la depressione e se non ci sei con la testa non riesci neanche a fare un passo in più a questo punto. Comunque cerco di concentrarmi sul ritmo, passata questa salitina parto ... si ma quando finisce questa salitina? La salitina, purtroppo, non finisce quasi più ... continuo a vedere la gente davanti sempre in alto e quando sembra spianare, dopo un po’ ricomincia. Vabbè, è comunque leggera e io mi sento benino ... per la prima volta da quando corro non ho avuto la classica crisi del 30°; alimentazione corretta, allenamento ... non lo so, ma non ho avvertito i soliti effetti del muro. Parto convinto di andare veramente forte, supero centinaia di persone, molte camminano, altre corricchiano ... penso che sto andando alla grande, anche se sono senza il conforto del Garmin. Mi sento bene, sento di essere quasi al massimo ... un po’ voglio tenermi per le ultime due miglia che conosco e che hanno un paio di strappetti niente male. Arrivo a meno 2 miglia avendo superato un paio di migliaia di persone, senza esagerare, mi sento bene, ovviamente so che la finirò e questo mi aiuta anche se, stranamente mi distraggo un po’ e, senza il conforto dell’orologio, ad un certo punto credo di essermi perso il cartello del 26 miglio e che sono quasi alla fine ... in effetti ci fanno uscire da Central Park per fare il giretto che si vede anche in televisione da Columbus Circle. E invece, dopo un po’ appare il cartello del 40° km ... quindi a quello del 26° miglio manca ancora un bel po’. Sinceramente  mi deprimo ... pensavo di esserci quasi ... mi toccano ancora una decina di minuti; vabbè, stringiamo i denti e continuiamo, ma sono veramente alla fine ... Columbus Circle passa, discesina rinfrancante e si inizia a sentire il boato del pubblico al traguardo, c’è l’ultimo ostacolo a 500 metri dall’arrivo, murettino di 300 metri abbastanza tosto e con il problema che l’arrivo è a sinistra, dietro la curva, non lo vedi e quindi non ti senti ancora lì. Ci avrò messo un minuto e mezzo a farlo? Mi è sembrata un’eternità, non finiva mai ... poi la strada spiana, gira un poì a sinistra e vedi innanzitutto le tribune piene di gente urlante ... poi il traguardo blu e arancione ... poi il maxi schermo ... e ti vedi lì, arrancante, stanco, con addosso i colori del cuore e ti accorgi che stai insieme ridendo e piangendo ... alzi le braccia al cielo indicando la persona a cui vuoi dedicare questa impresa e ti rendi conto che quella sensazione che stai provando in quel momento probabilmente non la avvertirai mai più nella tua vita ... e allora smetti di respirare ... e te la godi come merita.

Tutto il resto, la medaglia, i due Km per arrivare ai pulman, il freddo tremendo da non poter fermare i denti che battono, la gente che ti ferma per strada e chiede di farsi fotografare con te ... sono ricordi indelebili, ma accessori, tutto sta in quei 10 secondi di vita goduti prima dell’arrivo, con tutto il mondo che ti passa per la testa e la consapevolezza di aver fatto, veramente qualcosa di bello. Ah, poi sotto le 4 ore non ce l’ho fatta ad andare, potrei trovare almeno una decina di scuse ma sinceramente ... non me ne frega nulla.

5 commenti:

  1. Hai fatto venire un paio di brividi anche a me. Grazie.
    Cristiano Birga

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  2. Bello, bello e bello ... e mi hai fatto tornare lì anche quest'anno ... Grazie! :-)

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  3. Che bello Michele...molto appassionante leggere questo racconto e ti sembra di essere anche te li a correre..molto bello...complimenti davvero. Sapevo che correvi ma non credevo fosi arrivato a tanto :) Corri sul serio allora ;-) Un salutone. Ada De Giorgio

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  4. Grande Michele, quelle sensazioni le ho vissute come tè passo dopo passo 3 anni fa ma sono sempre vive!!!

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